15 agosto 1852

Il 15 agosto 1852 ebbe inizio la più spietata persecuzione che la comunità bahá’í abbia mai conosciuto nei suoi pur travagliati 166 anni di vita. «Un giorno che non ha pari forse nella storia nel mondo fu quello della grande strage fatta dei babí a Teheran», ne scrisse nel 1866 Ernest Renan (Gli apostoli, Dall’Oglio, Milano, 1966, p. 235). Il pogrom fu scatenato da un fallito attentato contro la vita dello scià Násiri’d-Dín, compiuto da tre giovani babí squilibrati, cui il dolore del recente martirio del loro Maestro aveva fatto perdere la ragione. E che fossero insensati lo dimostra il fatto che compirono l’attentato con pistole caricate a pallini, sufficienti a uccidere un passerotto, non certo un uomo.

Bahá’u’lláh, riconosciuto da tutti dopo la morte del Báb, il Suo Precursore, come il personaggio più eminente fra i bábí, fu ingiustamente indicato come il mandante dell’attentato, un’accusa dalla quale Egli fu poi completamente scagionato. Si trovava quel giorno nella cittadina di Afchih, nei pressi della capitale, ospite di un fratello del Gran Visir, Mírzá Áqá Khán-i-Núrí. Non appena seppe dell’attentato, Bahá’u’lláh Si diresse a cavallo verso la capitale, fermandoSi a Zargandih, nella casa del segretario della legazione russa, che era Suo cognato. Quando apprese che lo Scià aveva ordinato che Egli fosse arrestato, Egli stesso Si consegnò nelle mani dei Suoi aguzzini, i quali Lo condussero, esposto agli insulti di una popolazione sovreccitata, a piedi nudi, a capo scoperto e in catene fino a Teheran, dove Lo richiusero nella terribile prigione nota come Síyáh-Chál (buco nero). Era il 16 agosto.

Il pogrom infuriò a lungo. Fra le sue vittime vi fu anche la poetessa Táhirih, celebrata dai bahá’í come la prima donna che abbia apertamente difeso i diritti delle donne. Quando tutto fu terminato, scrive Renan, «la  notte scese su un mucchio di carni informi; le teste erano legate in un fascio al palo della giustizia, e i cani dei sobborghi s’avviavano a frotte a quella volta» (ivi, p. 236). La famiglia di Bahá’u’lláh, privata della Sua protezione, quando la casa fu assalita e saccheggiata da un folla inferocita, dovette rifugiarsi nella casa di parenti. Bahá’u’lláh rimase per quattro mesi nel carcere del Síyáh-Chál (nella foto: La parte meridionale di Teheran dove venivano appesi i criminali e dove molti bahá’í furono martirizzati. Il segno X indica l’ubicazione del Síyáh-Chál) assieme a 81 compagni, molti dei quali furono giustiziati in modi più o meno brutali, sotto il peso ora di una, ora di un’altra di due famigerate catene, note come Qará-Guhar e Salásil, che pesavano circa 50 chili. Questi quattro mesi, sotto certi aspetti i più difficili della Sua difficile vita, segnarono anche l’inizio della Sua gloriosa missione. Nell’ottobre del 1852 Egli ebbe la visione di una Fanciulla celestiale che Gli annunciò che Lui era la Manifestazione di Dio per quest’era. Egli Stesso descrisse più volte le straordinarie esperienze spirituali che ebbe in quei giorni, come per esempio nella Súratu’l-Haikal, la Sura del Tempio (paragrafi 6 e segg.) e nell’Epistola a Násiri’d-Dín Sháh (paragrafo 192). Come è sempre accaduto nella breve storia bahá’í, i periodi più neri segnano anche l’inizio di eventi molto luminosi.

Liberato dall’opprimente prigionia a metà dicembre 1852, quando fu chiaro a tutti che non aveva avuta nessuna parte nell’odioso attentato, in condizioni di salute comprensibilmente molto precarie, Bahá’u’lláh fu ospitato dal fratellastro Mírzá Ridá-Qulí, noto medico della capitale iraniana, e amorevolmente curato da Sua moglie Navváb, e dalla padrona di casa Maryam, Sua cugina e cognata. Lo Scià Lo aveva sì libertao, ma Gli aveva immediatamente intimato di lasciare al più presto l’Iran. Pertanto, non appena Si fu un po’ ripreso dai rigori della prigione, Egli partì con la famiglia per Baghdad. Era il 12 gennaio 1853. Bahá’u’lláh aveva già incominciato a scrivere Opere che i bahá’í considerano la parte più preziosa delle loro sacre Scritture e che Egli continuò a produrre fino alla morte nel 1892, giungendo a riempire «un centinaio di volumi» (Shoghi Effendi, Dio passa, p. 222, cap. XII, par. 58). Fra i primi di questi Scritti vi è una qasida, un’ode di venti distici, nota come Rash?-i-‘Amá (Vapori di nube), il cui unico tema è il gioioso annuncio dell’Intimazione divina da Lui ricevuta nel Síyáh-Chál (ivi, p. 122, cap. VII, par. 36).

 

La vita di Bahá’u’lláh

La vita di Baha'u'llah, il fondatore della Fede Baha'ì

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Luoghi bahá’í nel mondo

I Luoghi Sacri, i Templi ed il Centro Mondiale

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Contribuiamo al miglioramento del mondo

La vita interiore dell'uomo modella l'ambiente e ne è essa stessa profondamente influenzata

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Pubblicazioni

Riferimenti ad alcuni Scritti Sacri Baha'ì, raccolte e altre opere di riferimento

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dall'Ufficio stampa bahá’í

Una commissione delle Nazioni Unite deplora la repressione delle minoranze in Iran

Ginevra, 30 agosto (BWNS). Una commissione ONU di esperti ha espresso la propria preoccupazione per la continua repressione delle minoranze etniche e religiose, fra le quali sono compresi anche i membri della Fede baha’i, in Iran.