Testimonianza del poeta iraniano Majid Naficy

 Majid Naficy è un notissimo poeta, scrittore iraniano e altresì un attivista dei diritti umani e politici. Nell’aprile di quest’anno egli ha scritto un brillante saggio, di cui l’Iran Press Watch ha pubblicato lunghi estratti. L’occasione di questo saggio è raccontata dallo stesso Naficy: «Di recente è stata pubblicata una lettera a firma di 42 intellettuali iraniani e indirizzata alla comunità bahá’í con la seguente premessa: Un secolo e mezzo di persecuzioni; ora il nostro silenzio deve cessare! Un mese fa, Khosro Shemiranie mi ha mandato la lettera perché la firmassi. Sebbene fin da quando avevo 14 anni io sia stato sempre rattristato da ciò che accadeva ai bahá’í e ne abbia anche scritto, ho risposto che non potevo firmare quel documento, che era ispirato da un sentimento di vergogna e senso di colpa collettivo piuttosto che da una ricerca di giustizia e libertà di coscienza. E ho aggiunto ai firmatari: “se voi riformulate la vostra lettera in modo che la frase Noi ci vergogniamo, ripetuta tredici volte, si tramuti in quest’altra: Noi vogliamo difendere i diritti dei bahá’í, state certi che la firmerò senza alcuna esitazione”. Ora che quella lettera aperta è stata pubblicata e diffusa ovunque e vi si sono aggiunte le firme di molte altre personalità, sento venuto il momento di illustrare i motivi del mio rifiuto, sperando di riuscire, iniziando questo dibattito, a gettar luce sulla tirannia e le persecuzioni cui i bahá’í sono stati soggetti durante gli ultimi 160 anni sotto i regimi dei Qajar, dei Pahlavi e di Khomeini».

Il primo approccio che Naficy ebbe con un bahá’í occorse durante l’età adolescenziale, quando conobbe un compagno più grande di lui, Golestan, che frequentava la sua stessa scuola a Isfahan. Golestan era un ragazzo amabile, sempre sorridente ed era anche un poeta. Un giorno l’amico bahá’í ospitò Majid a casa sua, un’abitazione modesta, che era stata più volte oggetto di tentativi di incendio da parte di un gruppo ostile alla Fede, denominato Hojjatiyeh. Appena i genitori di Majid vennero a conoscenza di questa amicizia, proibirono al loro figliolo di frequentare quell’«eretico di Golestan».

Nel frattempo Majid cresce, diventa adulto e si sposa, e occasionalmente viene a contatto con i bahá’í finché, come egli stesso racconta, «il 17 settembre 1981 incappai in una situazione nella quale ebbi il sentore di condividere il medesimo destino dei bahá’í». Da due anni dominava in Iran la Repubblica islamica e i membri del Fronte Nazionale Iraniano e le organizzazioni di Sinistra (di cui faceva parte lo stesso Naficy), che pure avevano svolto un ruolo cruciale nell’abbattimento del regime dello Scià, erano violentemente perseguitati. La notte del 16 settembre la moglie di Majid, Ezzat Tabaian, incappò nella Milizia Islamica e mentre cercava di fuggire cadde e si ferì. Si premurò di far avvertire il marito del pericolo che anche lui correva sollecitandolo a rifugiarsi in un luogo sicuro. In breve, Majid trovò rifugio nella casa di una vecchia signora bahá’í, che lo informò dell’arresto dei membri dell’Assemblea Spirituale Locale di Teheran. Leggiamo il singolare commento del nostro autore: «Quella notte provai la strana impressione che Táhirih, la coraggiosa poetessa bábí, mi stesse parlando dalla bocca del pozzo ove era stata gettata dopo lo strangolamento 150 anni prima. Vedevo una relazione fra Táhirih e il doloroso destino di mia moglie stretta nelle spire dei suoi tormentatori. Anni dopo scrissi anche una poesia al riguardo. Alla fine, Ezzat e Táhirih corsero il medesimo destino. Il 7 gennaio 1982, mia moglie e un’altra donna appartenente alla Sinistra, insieme a 50 loro compagni, furono giustiziati. Seppi più tardi che tre giorni prima sei membri dell’Assemblea Spirituale dei bahá’í di Teheran erano stati uccisi e i loro corpi sepolti nello stesso cimitero che di lì a poco avrebbe accolto mia moglie. Nel gennaio del 2009 quel cimitero, che accoglieva le salme di cinquanta bahá’í e di migliaia di altri iraniani che amavano la libertà, è stato demolito per ordine del Governo islamico dell’Iran».

Nel suo saggio, Majid Naficy ricorda che, con i suoi 300.000 seguaci, la comunità bahá’í è il gruppo minoritario più numeroso dell’Iran. Eppure, essi sono privi dei fondamentali diritti umani e civili, incluso quello di professare una religione, di accedere a un grado di istruzione superiore e di essere assunti in un impiego pubblico. In un memorandum segreto risalente al 1991 e firmato dalla guida suprema, Khamenei, e dal Presidente Rafsanjani, il Consiglio Rivoluzionario Culturale Supremo impartiva istruzioni a tutte le istituzioni sulla politica del governo concernente i bahá’í: «prevenire il loro progresso e la loro avanzata». Due sono le giustificazioni per la persecuzione in atto contro i bahá’í. La prima recita che la Fede bahá’í non è una religione, ma un partito politico associato al passato regime dello Scià e che appoggia Israele: quindi, i bahá’í devono essere soppressi per il bene del Paese. La seconda giustificazione è che i bahá’í sono da condannare come apostati: in accordo all’Articolo 5 del Codice Criminale sulla «Legge sull’apostasia» presentata al Parlamento nel febbraio del 2008, gli apostati (inclusi ovviamente i bahá’í) devono essere messi a morte, se maschi, imprigionati a vita se femmine. Naficy mette in evidenza che se accettiamo il principio secondo cui tutti gli esseri umani, a prescindere dal sesso, religione, razza e stato sociale sono uguali davanti alla legge e godono pertanto dei diritti naturali di libertà di religione, di pensiero e di espressione, allora quelle due giustificazioni per opprimere i bahá’í e altre minoranze non hanno alcun fondamento. Bisogna quindi che la Costituzione del Paese riconosca la libertà di ogni individuo: solo così i bahá’í e le altre minoranze otterranno giustizia.

Tale appello alla giustizia contiene due presupposti inseparabili:

  1. totale allineamento della Costituzione dell’Iran alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani proclamati dalle Nazioni Unite, che implica separazione tra Stato e religione.

  2. Soppressione, per manifesta illegalità, del gruppo anti-bahá’í denominato Hojjatiyeh. Tutti coloro che sono coinvolti nella persecuzione contro i bahá’í e altre minoranze devono essere processati dinanzi a un tribunale fornito di giuria e di avvocati difensori.

Così conclude Majid Naficy: «Come ho scritto all’inizio di questo saggio, il più grande difetto della lettera aperta alla comunità bahá’í dell’Iran, intitolata «Ci vergogniamo» è che, invece di chiedere giustizia per i bahá’í (e, cioè, insistere perché sia inserita nella Costituzione il principio della libertà religiosa e che siano resi illegali i gruppi anti-bahá’í), essa propone una sorta di vergogna collettiva per tutti gli intellettuali iraniani per il fatto di aver accettato passivamente 150 anni di oppressione contro i bahá’í […] Io dico no al cosiddetto peccato originale di un qualsiasi gruppo. E dico a un metaforico battesimo che sta alla base di una lettera che confessa quella vergogna. Dobbiamo lottare per la libertà di fede e chiedere che le attività contro i bahá’í vengano bandite dall’Iran».

Tratto da un documento pubblicato da 

Iran Press Watch: The Baha’i Community, 19 luglio 2009